Baustelle – I Mistici dell’Occidente | Recensione album (Warner Music)

La recensione de “I Mistici dell’Occidente”, quinto album di studio dei Baustelle.

Quanti anni son passati da “Sussidiario illustrato della giovinezza”? 10?

Bhe, dopo 10 anni i Baustelle sono diventati una certazza del panorama musicale italiano. I tre di Montepulciano tornano a distanza di due anni dall’ultimo album, “Amen” e dalla colonna sonora composta per il film “Giulia non esce la sera”. Il nuovo lavoro, dato alle stampe per Warner Music e prodotto da Par McCarthy (U2, R.E.M, Madonna), prende il nome da un libro di Elemire Zolla “I Mistici dell’Occidente”. Le 12 tracce che compongono il disco sono in tipico stile baustelliano, musica classica, influenze morriconiane, chitarre elettriche, batterie, tastiere e qualche arco e strumento a fiato di quà e di là.

Il pezzo che da il la alle danze è “L’indaco”, dal tono sacro (floydiano), con una melodia lineare in cui le voci del Bianconi e della Bastreghi si amalgano alla perfezione.

Non c’è tempo di riflettere sul significato del brano appena ascoltato che batteria e chitarra elettrica irrompono, è “San Francesco” in cui si può notare tutta l’ammirazione che Bianconi ha per questo personaggio storico. Nella traccia successiva, “I mistici dell’occidente”, il lato DeAndriano del caro Francesco torna alla ribalta. Il testo, politico-sociale, mira a sottolineare il divario che c’è tra chi governa e il singolo cittadino. C’è tempo anche per i pezzi puramente autobiografici come “Le rane”, la più pop dell’intero album in cui Bianconi racconta di un incontro con un vecchio amico e ripensa ai bei tempi andati, e “Il sottoscritto” che introdotta da un giro di pianoforte e con una melodia molto più tranquilla sembra voler essere una richiesta di perdono destinata a colei che è stata tradita o in qualche modo ferita.

Poi arriva o meglio arrivano “Gli spietati”, primo singolo estratto, un continuo alternarsi di voci che svolazzano su una melodia facile destinata a entrare nelle teste degli ascoltatori e rimanerci.

Canzoni come “Follonica” e “Groupies” rimandano ai suoni e allo stile de “La moda del lento”. Entrambe hanno un ritmo molto più lento e rilassato rispetto ai pezzi precedenti, la prima parla della noia data dalla classica vacanza italiana al mare, mentre la seconda riflette sui futuri delle groupies citate nel brano. Si arriva alla “Bambolina”, un ritmo cavalcante che accompagna un testo che sembra una richiesta di aiuto per una ragazza schiava di ricchi e potenti. Finalmente in questo pezzo, come nella finale “L’ultima notte felice del mondo”, torna la “darkvoice” della bella Rachele, che in effetti in questo ultimo lavoro ha trovato meno spazio.

Per finire ho volutamente lasciato quella che secondo me è la migliore dell’intero album, ovvero “La canzone della rivoluzione”. Qui la voce del Bianconi è distorta e accompagnata da batteria e chitarra in perfetto stile rock, il testo cerca di scuotere le anime degli ascoltatori ormai abbandonate al loro destino. Il finale rimanda alla sacralità del brano di apertura.

Questo è il quinto album dei Baustelle. Un disco di poesie, ricordi, citazioni, storie personali. Un disco in cui non c’è tempo di riflettere se i Baustelle siano cresciuti o meno. Un disco che deve essere goduto e rigoduto, in quanto di questi tempi, in Italia, non è perniente facile trovarne uno talmente bello.

Voto > 8 su 10

> Vai al testo di “Gli Spietati” <

Link > Baustelle.it

Pubblicato il 31 marzo 2010, in Album della Settimana con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 6 commenti.

  1. Matteo Guglielmi

    Grande debutto per il fratta!

  2. i Baustelle sono diventanti ormai patrimonio del panorama musicale italiano che sta sempre piu decadendo. Ho grande stima di loro ma onestamente non mi aspettavo un album cosi bello, complimenti!

  3. boh per me “La canzone della rivoluzione” è la peggiore! non graffia, sà di vecchio!
    disco voto 7,5

  4. beh, omaggiare De Andrè non sarà mica un peccato adesso???? VORREI SOLO AGGIUNGERE …Bianconi è un CANTAUTORE ….scrive e canta!!!Perciò dovrebbe meritarsi il doppio dei complimenti!!!! I testi sono affascinanti …parlano di essenza dell’essere, di cose vere, di delusioni ,di radici nostalgiche e si ha come l’impressione ascoltandolo di fare una corsa nel vento, E’ UN POETA!!! …Molti cantanti italiani (e magari anche a livello internazionale) riuscirebbero a scrivere e comporre testi come il nostro caro Francesco Binconi??? …SCUSATE, ho i miei dubbi a riguardo!!!!!!!!!!!:\

  5. bah, sopravvalutati come al solito…
    la musica è (come negli altri album) la stessa di tante altre canzoni italiane… solo che la scarsa conoscenza della storia della canzone italiana porta a credere che siano dei fenomeni…
    le liriche sono la stesse (lagne) degli altri dischi (la prima volta sanno di novità ma poi è sempre la stessa minestra) e i testi se li avesse scritti Masini gli avreste dato del portasfiga.
    Live, con gli strumenti in mano, dimostrano quanto vagono. Veramente poco.
    O forse non abbiamo lo stesso concetto di irruzione di batteria e chitarra….

  6. Boh… a me sembrano vuoti, pretenziosi, noiosi e inconcludenti come sempre.
    Simone, fra chi ha commentato prima di me, mi sembra uno dei poichi ad averci visto chiaro.
    Grazie, Simone, perché se no mi sentivo solo e pazzo in un coro acritico e conformista.

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