Brothers: recensione e commenti stampa.

Le due promettenti stelle di Hollywood: Jake Gyllenhaal e Tobey Maguire,  sullo stesso schermo, due fratelli divisi dall’amore. Arriva al cinema l’attesissimo Brothers. 

La bella di turno contesa in questo film è un’altra promettente attrice, Natalie Portman, nel ruolo di Grace, moglie di Sam Cahill (Tobey Maguire), e madre di due figlie.

- Recensione del film di Gianluca Arnone per Cinematografo.it
Avevamo qualche riserva all’inizio. Quale valore aggiunto poteva avere il rifacimento di un film, peraltro buono, uscito solo cinque anni fa? Dubbi non del tutto fugati dalla visione di Brothers di Jim Sheridan, remake USA di Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier. Non è un film brutto né una fotocopia dell’originale ma, ancora, è come se non giustificasse a sufficienza se stesso.
Sulla carta lo script, rimaneggiato da David Benioff (La 25a ora e Il cacciatore di aquiloni nel curriculum), riesuma plot, schema e scaletta del soggetto danese. Cambiano nomi e location: quando il Capitano Sam Cahill (Tobey Maguire) scompare durante una missione in Afghanistan, è la sua famiglia ad andare a rotoli. La moglie Grace (Natalie Portman) lascia che la pecora nera dei Cahill, il cognato Tommy (Jake Gyllenhaal), prenda il posto del marito, rimetta a nuovo la cucina, accudisca i suoi pargoli. Hank (Sam Shepard), padre dei fratelli coltelli, non può soffrire la sua presenza nel sacro nido del figlio maggiore. Tommy è adorato però dalle bambine e anche Grace non pare indifferente al cognato. Nuovi equilibri si profilano all’orizzonte. Ma l’inaspettato ritorno di Sam rimetterà tutto in discussione.
Quello che per la Bier era un melodramma con la guerra sullo sfondo, nella mani di Sheridan – di cui ricordiamo con piacere soprattutto la produzione irlandese e la collaborazione con Daniel Day-Lewis (Il mio piede sinistro, Nel nome del padre e The Boxer) – diventa un film sulla guerra con qualche venatura melò. Uno scambio da cui esce sconfitta questa riedizione americana, ovviamente zeppa di star e di mezzi ma decisamente più fredda e meno coinvolgente. Ha pesato forse la decisione di Sheridan di spostare l’intera posta in gioco dall’arroventato terreno delle passioni – due fratelli per una sola donna – a quello raggelato della psiche – le conseguenze psicologiche che la guerra determina su quanti la subiscono, direttamente e non. Non ha aiutato poi la scelta di fare dell’inespressivo Maguire il Kurtz dei poveri reso insano dalla guerra (la Portman e Gyllenhaal al contrario se la cavano abbastanza bene, ma è Shepard a rubare la scena). Poco credibile con quella faccia da Peter Parker, esageratamente perfetto prima, troppo scopertamente disturbato poi. E non è da sottovalutare la differenza di stile: chiaroscurale, nervoso, autenticamente “dogmatico” (nell’accezione di von Trier e soci) quello della Bier; controllato – quasi griffato – sottotono e più netto quello di Sheridan.
Da ultimo, ma non per ultimo, c’è un approccio che parla ancora a sfavore del secondo: l’originalità del film della Bier nasceva dalla convinzione di poter parlare di conflitti scaraventando il melò nella politica estera, con l’intento di ottenere quasi una riproduzione in scala, dalla casa al fronte, della logica hobbesiana che governerebbe il mondo. Il film di Sheridan invece vuol prendere di petto la questione afghana sdoppiandola in un tradizionale campo/controcampo tra mura domestiche e scenari bellici. Alla regista danese interessava l’apriori della violenza, il fondo incendiario – ineffabile – che la innesca. Il cineasta irlandese preferisce inquadrare le conseguenze di una situazione – il modo in cui ciascuno dei personaggi “reagisce” alla brutalità della guerra – privilegiando una lettura a metà tra il politico e lo psicologico, da vecchio (sorpassato?) Vietnam-movie. In definitiva, vuole essere contemporaneo in modo inattuale.

> Guarda la scheda e il trailer del film.

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